Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/248

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183.L’ire degli araator fidi e veraci
non son se non d’Amor mantici e venti,
che de’ freddi desir destan le faci,
e le fiamme del cor fan piú cocenti:
onde le risse alfin tornano in paci,
e ’n gioie a terminar vanno i tormenti.
Giova poi la memoria: ed è soave
a rimembrar quel ch’a soffrir fu grave.

184.Or del cor tempestoso acqueta i moti,
e cessa il pianto, ch’i begli occhi oscura,
né voler con guastar le proprie doti
far torto al Cielo, ed oltraggiar Natura.
Umil piú tosto con preghiere e voti
quel sí possente Dio placar procura,
lo qual (credimi pur) fia ch’a’ tuoi preghi
ogni sdegno deposto, alfin si pieghi».

185.Ringrazia Psiche il Satiro pietoso,
che sí ben la conforta e la lusinga;
poi s’accommiata, e senz’alcun riposo
per traverse remote erra solinga.
Alfin lá dove domina lo sposo
de la suora maggior, giunge raminga.
Giunta, l’altra l’abbraccia, e la saluta,
e chiede la cagion di sua venuta.

186.La giá schernita, a vendicarsi accinta,
seco d’amor le dimostranze alterna,
e d’allegrezza astutamente infinta
vestendo il volto e l’apparenza esterna,
«Dal tuo consiglio stimulata e spinta,
presi il ferro» le dice «e la lucerna,
per uccider colui, che di marito
usurpato s’avea nome mentito.