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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/345

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canto sesto 343


91.basta, ch’egli in virtù di tai parole
ogni suo sforzo a cotant’opra accinse.
Aspettò fin che ’l ciel (sì come suole)
di purpureo color l’Alba dipinse;
ed egli uscito in compagnia del Sole,
che la lampa minor sorgendo estinse,
a le luci notturne e mattutine
accostossi per far l’alte rapine.

92.«Sù mio cor» dicea seco «andianne audaci
l’oro a rubar del bel tesor celeste,
ch’un raggio sol di due terrene faci
val più che lo splendor di tutte queste.
Di stender non temiam le man rapaci
ne le gemme ch’ai Ciel fregian la veste,
pur che ’n cambio del furto abbiam poi quelle
de le stelle e del Sol più chiare stelle».

93.Orbe del lume, e de la scorta prive
fuggian le stelle in varie schiere accolte,
e sì come talor per l’ombre estive
quando l’aria è serena, avien più volte,
sbigottite, tremanti, e fuggitive
per fretta nel fuggir ne cadean molte.
Pavone allora il suo mantel distese,
ed un groppo nel lembo alfìn ne prese.

94.Giove, che vide il forsennato e sciocco
Giovane depredar l’auree fiammelle,
sdegnossi forte, e da grand’ira tocco
gli trasformò repente abito e pelle.
L’orgoglioso cimier divenne un fiocco,
e ne la falda gli restàr le stelle.
Febo, che pietà n’ebbe, e l’amò tanto,
per sempre poi gliele stampò nel manto.