Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/355

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131.Sí parla, ed ella la cangiata spoglia
dal sommo crine a la radice estrema
per la memoria de l’antica doglia
tutta crollando allor, palpita e trema.
Com’abbracciar co’ verdi rami il voglia,
se stessa inchina, e par languisca e gema,
e sparsi de’ suoi flebili licori
fa lagrimar gl’innamorati fiori.

132.Ne’ fior ne’ fiori istessi Amor ha loco,
amano il bel Ligustro e l’Amaranto,
e Narciso e Giacinto, Aiace e Croco,
e con la bella Clizia il vago Acanto.
Arde la Rosa di vermiglio foco,
l’odor sospiro, e la rugiada è pianto.
Ride la Calta, e pallida ed essangue
tinta d’amor la V íoletta langue.

133.Ancor non eri, o bell’Adone, estinto,
ancor non eri in novo fior cangiato.
Chi diria che di sangue (oimè) dipinto
dèi di te stesso in breve ornare il prato?
Presago giá, ben che confuso e vinto,
d’un tanto onor, che gli destina il fato,
ciascun compagno tuo t’onora e cede,
t’ingemman tutti il pavimento al piede.

134.Havvi il vago Tulippo, in cui par voglia
quasi in gara con l’Arte entrar Natura.
Qual d’un bel riccio d’or tesse la foglia,
ch’ai broccati di Persia il pregio fura,
qual tinto d’una porpora germoglia
che degli ostri d’Arabia il vanto oscura.
Trapunto ad ago, o pur con spola intesto,
drappo non è, che si pareggi a questo.

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