123.Tace, ma qual fia stil, che di ciascuna
paroletta il tenore a pien distingua?
Certo indegna è di lor, se non quell’una
che le forma sì dolci, ogni altra lingua.
Sì parlando e mirando ebra e digiuna
pasce la sete sì, non che l’estingua:
anzi perché più arda, e si consumi,
bacia le dolci labra, e i dolci lumi.
124.Bacia, e dopo ’l baciar mira e rimira
le baciate bellezze or questi, or quella.
Ribacia, e poi sospira e risospira
le gustate dolcezze or egli, or ella.
Vivon due vite in una vita, e spira
confusa in due favelle una favella.
Giungono i cori in su le labra estreme,
corrono l’alme ad intrecciarsi insieme.
125.Di note ad or ad or tronche e fugaci
risona l’antro cavernoso e scabro.
— Dimmi o Dea — dice l’un —, questi tuoi baci
movon così dal cor, come dal labro? —
Risponde l’altra: — Il cor ne le mordaci
labra si bacia. Amor del bacio è fabro.
Il cor lo stilla, il labro poi lo scocca,
il più ne gode l’alma, il men la bocca.
126.Baci questi non son, ma di concorde
amoroso desio loquaci messi.
Parlan tacendo in lor le lingue ingorde,
ed han gran sensi in tal silenzio espressi.
Son del mio cor, che ’l tuo baciando morde,
muti accenti i sospiri e i baci istessi.
Rispondonsi tra lor l’anime accese
con voci sol da lor medesme intese.