Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/648

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127.Lascio Massimo poi, trapasso Ernesto,
e Ridolfo, e Matthia, del gran cultore
di quel piú ch’altro aventuroso innesto
successori a l’impero, ed al valore.
E taccio Alberto, il qual non fía di questo
(quantunque ultimo d’anni) ultimo onore,
ch’a l’indomito Rhen quel giogo grave,
che sí duro gli fu, fará soave.

128.L’altra è Giovanna, e ben scorger la puoi
dolci balli menar per questi campi,
lieta ch’ai Ciel per lei di tanti Eroi
s’aggiunga un Sol che piú del Sole avampi.
Stupisce bistro, e de’ cristalli suoi
stemprar sente lo smalto a sí bei lampi,
mentre passando in braccio al gran Francesco,
con l’Italico Ciel cangia il Tedesco.

129.E cosí ha ch’un stretto groppo incalme
d’Austria e d’Etruria ambe le piante insieme:
Etruria, a cui non giá men nobil’alme
de’ gran Medici ancor promette il seme,
che per tante ch’aduna e spoglie e palme
fin di Bizanzio il fíer Soldan ne teme.
Ma quand’ogni altro pur venga mancando,
basta a supplir per tutti un sol Fernando.

130.Questi non pur con ben armati legni
tremar fa in guerra i piú lontani mari,
di Corinto e di Ponto i lidi e i regni
purgando ognor di Barbari Corsari;
ma in pace ancor de’ piú famosi ingegni
e di Cigni nutrisce incliti e chiari
schiere felici, onde per lui diviene
l’Arno Meandro, e la Toscana Atene.