Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/104

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63.Giá ritòr non pretendo ai regni vostri
le possedute e ben devute prede,
né spirto avezzo a conversar tra’ mostri
per lungo tempo oggi per me si chiede.
Quel che dimando, de’ temuti chiostri
pose pur dianzi in su le soglie il piede,
e dí questa vital luce serena
ha quasi i raggi abbandonati a pena.

64.Non nego a Morte sua ragion, né deggio
del giusto dritto defraudar Natura.
Sol de le stelle, e non del Sol vi cheggio
si conceda a costui picciola usura.
Godan quegli occhi, che velati or veggio
di caligine cieca, e d’ombra oscura,
poi che per sempre pur chiuder gli deve,
di poca luce un intervallo breve.

65.Odi, spirito ignudo, anima errante,
odi e ritorna al tuo compagno antico.
Solo qual sia l’amor, qual sia l’amante
rivela a me del mio crudel nemico.
Riedi súbito al loco ov’eri innante,
dato ch’avrai risposta a quant’io dico.
Ritorna, alma raminga e fuggitiva:
rivesti il manto, e ’l tuo consorte aviva. —

66.Ciò detto, non lontan mira ed ascolta
del trafitto Guerrier l’ombra che geme,
perché del career primo, onde fu tolta,
tra’ nodi rientrar paventa e teme,
e nel petto squarciato un’altra volta
riabitar dopo l’essequie estreme.
— Chi fin laggiú — prorompe — in riva a Lethe
mi turba ancor la misera quiete?