Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/105

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67.Lasso, e chi de la spoglia, ond’io son scarco,
l’odiato peso a sostener m’affretta?
Dunque contro il destili severo e parco
il fil tronco a saldar Cloto è costretta?
Deh ch’io ritorni per l’ombroso varco
a la requie interrotta or si permetta.
Miser, qual fato sí mi sforza e lega,
che di poter morire anco mi nega? —

68.Ch’ei sia sí poco ad ubbidir veloce
la Donna spiritai disdegno prende,
onde con sferza rigida e feroce
di viva serpe il morto corpo offende.
Poi con piú alta e piú terribil voce
solleva il grido che sotterra scende,
e penetrando i piú profondi orrori
minaccia a l’alma rea pene maggiori.

69.— Sú sú che tardi ad informar quest’ossa?
qual piú forte scongiuro ancora attendi?
Credi che ne l’Abisso e ne la fossa
non ti sappia arrivar, se mel contendi?
O ch’esprimer que’ nomi or or non possa
inuditi, ineffabili, tremendi,
che venir ti faranno a me davante
ciò ch’io t’impongo ad esseguir tremante?

70.Megera, e voi de la spietata suora
suore ben degne, e degne Dee del male,
m’udite? a cui parl’io? tanta dimora
dunque vi lice? e sí di me vi cale?
e non venite? e non traete ancora
fuor del penoso baratro infernale,
da serpenti agitata e da facelle,
l’alma infelice a riveder le stelle?