Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/576

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231.Fu quello il primo dí che tra gli Abissi
vide Cocito aperto il monte Etneo.
Il gran Peloro in cento lati aprissi,
e Pachinno si scosse, e Lilibeo.
Fremer Cariddi e latrar Scilla udissi,
con Arethusa si restrinse Alfeo,
e lungo spazio ancor poi ch’egli tacque
tremaro i lidi, e rimbombaron Tacque.

232.Pianse Nettuno il padre, e ’l crudo fato
mosse a pietá di quella ria sventura,
onde in un monticel fu trasformato,
lo qual ritiene ancor l’alta statura.
Mongibel fu poi detto, e ’n tale stato
nutrisce ancor nel sen la fiera arsura,
né cessa pien di furiosi incendi
d’essalar tuttavia sospiri orrendi. —

233.Poi c’ha raccolto a la favella il freno
la Dea feconda che perdé la figlia,
quella ch’alberga a l’Oceano in seno
in cotal guisa il ragionar ripiglia:
— Che torni in terra alfin ciò ch’è terreno,
esser certo non dee gran meraviglia.
Morte al corso mortai termine pose,
ultima linea de Fumane cose.

234.Chi lagrimar non vuol, né vuol dolersi,
ad oggetti inmortali alzi il desio,
ch’i dolci frutti suoi tien sempre aspersi
d’amarissimo tosco il mondo rio.
Di questo ho tanti essempi, e si diversi,
che piú che Fonde son del regno mio.
Se fia ch’a dirne alcun la lingua io sciolga,
non so ben qual mi lasci, o qual mi tolga.