Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/610

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367.Non consentí la Poesia che fusse
priva di lei la compagnia sollenne,
e tutta seco la famiglia addusse
fuor la Comedia sol, che non vi venne.
E tutti neri gli abiti costrusse,
i Cigni istessi nere ebber le penne:
le bianche penne co’ purpurei rostri
tutte eran tinte de’ piú puri inchiostri.

368.Con occhi molli, e languidi, e dimessi
le Muse afflitte, e con turbata faccia,
cinte il crin di mortelle e di cipressi,
una gran Lira d’or tirano a braccia.
Seguon d’absinthio incoronati anch’essi
cento Poeti la medesma traccia,
e di dogliose e querule elegie
fanno per tutto risonar le vie.

369.Mercurio col drappel de lo Dio biondo
vòlse ch’anco il suo stuolo unito andasse,
e ’n simil modo un numero facondo
d’altrettanti Oratori in schiera trasse;
e vi raccolse di quant’Arti ha il mondo
liberali e meccaniche ogni classe,
che di Minerva con ossequio sacro
precedeano e seguiano il simulacro.

370.L’imago ancor, qual l’adorò giá Roma,
tra mille palme di smeraldo e d’oro,
v’era de la Virtú, cinta la chioma
di verde oliva e d’immortale alloro.
Reggeano altre in su ’l tergo, immensa soma,
un caduceo di sovruman lavoro,
tutto d’argento smisurato ed alto,
salvo le serpi sol, ch’eran di smalto.