Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/666

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147.Sentendo nel bravar che fa colui
publica e generai l’ingiuria e l’onta,
ben che debil di forze, incontr’a lui
da la voglia è portato audace e pronta:
né senza tema e meraviglia altrui
il coraggioso giovane l’affronta.
Ma l’altro con piè fermo e fronte oscura
minacciando l’aspetta, e nulla il cura.

148.Somiglia lá ne lo steccato Ibero
Tauro cui gente irritatrice espugna,
qualor dal canneggiar fatto piú fiero
fíede il Ciel con la fronte, il suol con l’ugna,
la coda inalza, abbassa il collo altero,
sbarra le nari e sfida i venti a pugna,
e par, torto le corna, e torvo i lumi,
quando sorge dal letto il Re de’ fiumi.

149.E che può folle ardir? che può? che vale
contro sí sconcia machina e sí vasta?
che non ch’aver proporzione eguale,
con tutto il petto al capo gli sovrasta?
Lasciasi pur crollar, mentr’ei l’assale,
sostien gli urti innocenti, e non contrasta:
ma ’l tempo attende, e con accorto ciglio
cerca a la treccia d’or dargli di piglio.

150.La treccia d’oro, ch’ai soffiar del vento
volava intorno innanellata e sciolta,
era molto al garzon d’impedimento,
e gli occhi gli copria, tant’era folta.
Onde il Gigante a la vittoria intento
ebbe pur d’afferrarla agio una volta.
Ne l’aureo crin la fiera man gli stese,
e tanto ne stracciò, quanto ne prese.