Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/717

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351.L’esser qui ben montato io ben confesso
ch’altrui vai molto, e fora il dir menzogna
che dal cavallo al Cavalier ben spesso
e l’onor non resulti, e la vergogna.
Ma ch’ardire e vigore abbia in se stesso
e di core, e di corpo anco bisogna,
10 qual irruginisce e resta ottuso
quando non v’è la buona scola e l’uso.

352.Quest’uso dunque, ch’affinar si suole
col travaglio e ’l sudor, fiorisce quivi,
e non v’ha loco in quanto gira il Sole
dove meglio s’esserciti e coltivi.
Ma costui, d’alta stirpe altera prole,
è tal, che raro ha ch’altri v’arrivi.
Rimira l’armi sue colá ritratte:
un Ciel di sangue con tre vie di latte. —

353.Piú volea dir, ma l’altra allor repente
11 parlar le ’nterruppe, e disse: — Or guarda,
guarda que’ tre, che fior d’ardita gente
sembrano in vista, e ’n armeggiar gagliarda!
Mira i sembianti nobili, pon’ mente
come ciascun tra l’armi e splenda ed arda.
Giá chi sien ben m’aviso. — E l’Inventrice
de l’arboscel pacifico le dice:

354.— Son (s’io mal non m’appongo, e non vaneggio)
di Savoia i tre lumi, i tre fratelli,
tra quanti qui ne l’assemblea ne veggio
pregiati, illustri, ed incliti donzelli.
Tengon nel piano Augusto il reai seggio,
tra que’ confin deliziosi e belli
a cui con molli braccia e dure fronti
fan riparo tre fiumi e cento monti.