Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/129

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

idilli pastorali 117


     L’altrier, lá dove Nisida si specchia
nel mar, che lava i piedi al suo fedele,
in su la scorza d’una quercia vecchia
queste note vergai, Clori crudele;
e vi vidi volar piú d’una pecchia,
tratta dal dolce nome, a farvi il mèle.
Devean venir le vipere piú tosto
a suggerne il velen, che v’è nascosto!

     Fu ben forte il destin sotto cui nacqui,
e mi scòrse quel di stella proterva,
dico quel di che prima io mi compiacqui
di far a tal beltá l’anima serva.
Lunga stagion l’ardor nascosi e tacqui;
ma chi celar può mai face che ferva?
Il celai, sí, ne la sinistra mamma;
ma ’l suo proprio splendor scoprí la fiamma.

     Non mi dolser le fiamme, anzi fûr dolci
piú che l’ambrosia o che ’l licor de l’ape;
ma, se tu non le tempri e non le molci,
non le sostiene il petto e non le cape.
Tirsi e Linco il diranno, i miei bifolci,
e le compagne tue, Testili e Nape,
che m’udîro chiamar tra queste querce
la mia perdita e ’l danno acquisto e merce.

     Poscia che, ’n dubbio e di mio stato incerto,
tra speranza e timor gran tempo io vissi,
acciò che ’l desir mio ti fusse aperto,
in mille tronchi il tuo bel nome scrissi.
Talor, mostrando il cor nel dono offerto,
nel silenzio il mio mal chiaro ti dissi;
dissiti, domandando alcun ristoro:
— Col pero io pèro — o pur — Col moro io mòro! —