Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/134

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122 parte terza


     Vi vedrai d’agatirsi e d’egipani
baccar, saltar, danzar turba lasciva,
e con driadi e napee far giochi insani
su per la fresca e verdeggiante riva.
De’ dipinti augelletti ai versi estrani
fará bordon la mia sonora piva,
e de’ cristalli liquidi e fugaci
concordi al suon risponderanno i baci.

     Né tu talvolta, il tetto inculto e scabro
entrando ad illustrar d’umil capanna,
schiverai forse enfiar col dolce labro
la mia villana e boschereccia canna.
Quivi d’Amor, che de’ miei danni è fabro,
conterò i torti e com’ognor m’affanno,
finché ’l girar de’ begli occhi soavi
soavemente un lieve sonno aggravi.
 
     Ah! se ben tu m’aborri, e di veleno
quasi infetto ti sembro aspido o drago,
d’altro pastor non son men bel, né meno
de l’altrui forse il mio sembiante è vago,
se pur nel fonte limpido e sereno
mi dice il ver la mia veduta imago;
e giá per me di Tebro arsero e d’Arno
spesso le ninfe e sospirâro indarno.

     Fillide, se nol sai, la bionda Fille,
la nereida gentil, c’ha tra noi fama
d’agguagliarti in beltá, per me di mille
piaghe trafitta il cor, mi segue e chiama.
Ma Pan, che ’l tutto sa, sa s’io tranquille
volsi mai luci a lei, che tanto m’ama;
e s’io fuggo da lei, piú che non suole
fuggir nebbia dal vento, ombra dal sole.