Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/140

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128 parte terza


     Ma la faretra è d’artificio tale,
ch’a Cinzia tua può farne onta e vergogna.
Dir del lavor, che non ha in terra eguale,
opra non è di rustica sampogna.
Oltre l’esser purpureo ogni suo strale,
colui che sovra Grecia alza Bologna,
Guido, che porge al nulla essere e vita,
l’ha tutta istoriata e colorita.
 
     In una parte il gran pennel divino
Venere espresse al vivo in suoi colori,
che presso un fonte puro e cristallino
ha il bell’Adone in grembo, in grembo ai fiori,
e con un lieve e candidetto lino
gli asciuga in fronte i fervidi sudori;
ed egli in guisa tal posa le membra,
che dal lungo cacciar stanco rassembra.
 
     Una coppia di veltri a piè gli spira,
con lingue aride ansando e fauci aperte;
e, ’ntanto, il fiero dio dal ciel si mira
ch’ai trastulli de’ duo gli occhi converte,
ed, acceso d’amore insieme e d’ira,
le proprie ingiurie a la sua vista offerte,
arrotando d’un mostro il curvo dente,
vendica nel fanciullo orribilmente.

     L’altro spazio contien l’effigie vera,
quando, con sen vermiglio e viso smorto,
da la vorace e formidabil fèra
lo sventurato giovane vien morto;
e come, scesa da la terza sfera,
la dea piagne il suo bene, il suo conforto,
come Amor spezza l’armi, e quanto poi
canta il nostro Filen ne’ versi suoi.