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idilli pastorali 133

gli aspidi stessi, che son sordi al canto,
umiliar mi vanto.
Ma nulla teco ponno,
fèra bella e crudel, le corde e i versi.
Oimè! perché fuggirmi?
Giá non son, non son io di questi boschi
mostro orrendo e difforme,
se ben son mostro misero d’amore
e mostro di dolore.
Tórniti a mente il caso
de l’infelice Dafne,
che, per troppo mostrarsi al suo fedele
fuggitiva e crudele,
divenne un verde tronco;
se ben tu, ch’a’ miei pianti ed a’ miei preghi
sei piú rigida e sorda
ch’ai lamenti d’Apollo
l’innessorabil figlia di Peneo,
non in pianta, ma in sasso
cangiaresti le membra; e, quant’io creda,
s’avesse in pianta a trasformarti il cielo,
non di tenero lauro,
ma d’aspra quercia alpina,
sí come n’hai la voglia,
prenderesti la spoglia.
Arresta il corso, arresta!
Pregoti sol che le mie voci ascolti;
voci possenti ed atte
a distornar da la sua fuga il sole.

FILAURA


(È forza alfin ch’io sodisfaccia a questo
importuno seguace,
che pur dietro mi tiene a sí gran passi).
Eccomi a te rivolta: or meco siedi
Dimmi: che vuoi? che chiedi?