Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/168

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156 parte terza

     Se di chi ’l cor ti strinse
membri l’antiche offese,
sai ben quant’è conforme il nostro stato.
Egual amor n’avinse,
egual beltá n’accese,
egualmente adorammo idolo ingrato.
Tu sei conversa in fiato
e ’n gemiti ti struggi;
io l’ore e i giorni spendo
sospirando e languendo:
tu da la gente e da la luce fuggi;
io dal sole e dal mondo
in quest’orror m’ascondo.
     E ’l fanciul parimente,
non meno altier che bello,
quanto la bella mia fiamma pareggia?
Anch’ella assai sovente
nel vicino ruscello
del mio fuoco gentil l’ésca vagheggia.
Deh! s’è destin che deggia
in disusata guisa
amar la propria stampa,
perché pur non avampa
di quella che nel core io porto incisa?
perché non ama almeno
se stessa nel mio seno?
     Ma, se di doglia umana
qualche pietá ti move,
dal tuo ricetto omai fuggi veloce:
lascia pur questa tana
di fère, e vanne dove
fèra stassi piú fèra e piú feroce.
Fiedi con rauca voce
l’inique orecchie, e quivi,
de la tua spoglia scinto,
sospiretto indistinto,