Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/204

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192 parte quarta

ma, quando in atto poscia egli la vide
giá di destarsi e d’aprir gli occhi al giorno,
per aspettar di tal ventura il fine
si ritrasse in disparte. Ed ella, sciolta
da’ legami di Lete, ecco si volge,
e per Teseo abbracciar la man distende
una e due volte, ed una e due la tragge
senza nulla toccar che ’l letto vòto.
Tosto allor la paura il sonno scaccia;
lascia le piume vedove né trova
il fallace consorte, e ’l porto scorge
solitario di navi e, muti intorno,
de l’erma spiaggia i desolati orrori;
se non quanto sol ode appo la riva
gemer le folichette e gli alcioni.
Battesi il petto e Teseo indarno chiama,
né v’ha chi le risponda altro che gli antri.
Contro il sonno s’adira e di se stessa
duolsi piangendo e sua pigrizia accusa;
s’aggira e, come stolta, ove la porta
l’amoroso furor, corre per tutto;
e quinci e quindi pur cerca e ricerca
il predator de’ suoi scherniti amori.
Non piú composto o ritenuto a freno
da l’aurea rete è l’aureo crin, ma sciolto
piove in piú sferze, né dal crespo velo
ombrato e chiuso il bianco sen s’asconde,
né piú si stanno entro l’avara vesta
imprigionate l’acerbette mamme.
De la ricca faldiglia al sen le cade
negletto e sciolto il ben fregiato lembo;
né perché il salso umor l’offenda o bagni
altra cura ne tien, se non che sola
sulla parte del drappo, onde si copre
del piede il vivo e candido alabastro,
s’alza talor, perché tra via l’impaccia.