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versi morali e sacri 359

IV


LONGEVITÀ NEI TEMPI ANTICHI


     Imparava a ferir Morte i viventi,
quasi inesperta ancor rozza guerrera,
quand’ella prese in quell’etá primera
de la divina man l’arme possenti.
     Quest’è che raro allor cadean le genti
sotto i suoi colpi: or non è piú qual era,
ché, per lungo uso essercitata arciera,
trattar sa le quadrella aspre e pungenti.
     Quinci avien che non erra, e, qualor scende
la saetta mortal, non solo uom carco
d’anni, a lei giá vicino, a terra stende;
     ma, fin nel sen materno aprendo il varco,
fanciul non nato ancor trova ed offende.
Oh noi, fragili oggetti a sí fort’arco!


V


L’ALCHIMIA

A Carlo Sigonio.


     E tu pur dunque, al dolce inganno intento,
Carlo, il bianco metallo in bionde zolle
cangiar, credulo, speri, e, benché molle,
fermare il moto al fuggitivo argento?
     e, temprando il calor tepido e lento
de la fucina il fomite che bolle,
pendi tutto su l’opra, e folle il folle,
gonfio di vanitá, gonfi di vento?
     e ’n schiera vai col vulgo aurato e stolto,
ch’agguaglia al sole il foco, e sogna mille
magiche fole, in mill’errori avolto?
     Ahi, piú che ’l fumo, alfin dagli occhi stille
trarratti il duolo, ed avrai rosso il volto
di vergogna vie piú che di faville!