Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/112

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12. Il carattere formale della legge è invece perfettamente comprensibile quando si consideri la legge morale, come una forma dalla realtà intelligibile: la quale «trasporta la volontà in una sfera tutt’altra dalla sfera empirica», in una realtà trascendente, la quale si rivela a noi solo nella sua azione formale sulla nostra volontà sensibile (pr. V. 34, 42). Certo questa forma ha per materia, nel mondo sensibile, i fini sensibili dell’uomo: essa non è, sotto questo rispetto, che «la condizione limitativa suprema di tutti i fini obbiettivi» (Grundl. 431, 454; pr. V. 65); la legge morale come forma in sè è altrettanto vuota quanto le forme della conoscenza, quando non trova la sua applicazione nel mondo dell’esperienza (pr. V. 30). Ma il concetto metafisico della forma ci rinvia ad una realtà superiore che esercita quest’azione formale ed è il termine ideale di quest’azione; al disopra di questo mondo sensibile, nel quale la legge morale è form a di volontà sensibili, vi è un mondo intelligibile, nel quale la legge morale è la legge naturale e fondamentale delle volontà razionali; questo è il mondo che Kant chiama il mondo archetipo (pr. V. 43) e che nella Cr. d. r. pura assimila al mondo delle idee platoniche (r. K. 246 ss.). L’attività morale non ha così tanto per risultato di dare una forma razionale alla vita sensibile quanto di farci partecipare ad una realtà superiore, della quale l a l’agio n teoretica deve riconoscere resistenza, per - quanto non sia poi in grado di determinarla più precisamente (pr. V. 135), ad un mondo soprasensibile, al quale noi diamo, almeno praticamente, una realtà oggettiva, perchè lo consideriamo come oggetto della nostra volontà razionale (pr. V. 44, 50). In questo senso Kant può dire che la moralità è «una metafisica oscuramente pensata» (Met. d. Sitt. 376, cfr. ib. 216). Sulla differenza di grado delle due realtà si fonda appunto il carattere di assoluta obbligatorietà del dovere, «perchè la ragione subordina necessariamente alla natura della cosa in sè ciò che appartiene al semplice fenomeno» (Grundl. 461); poiché è nel mondo intelligibile che l’uomo sente il suo proprio e vero io e poiché come essere sensibile non è che il fenomeno di sè stesso, perciò subordina il suo tendere sensibile, che in fondo respinge da sè come non veramente suo, alla volontà del suo vero io che è la volontà morale (Grundl. 457-8; pr. V. 87).