Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/120

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e la perfezione umana consiste nell’accordo di tutte le azioni libere con sè e con l’ordine universale (PhiL prati, univ., II, § 9): la perfezione è in genere la armonia nell’unità ( Ontol. § 503). Quindi la vita umana è perfetta quando vi è un tale accordo nelle azioni «ut nihil in iis deprehendatur quod contradicat aliis: quo ipso nascitur per totam vitam actionum systema in quo actiones omnes ita inter se sunt connexae ut unius ex aliis ratio reddi possit: quemadmodum veritates in sy stentate a se invicem de pendent» ( PhiL prati. I, § 114) 1. Con quest’armonia l’uomo rispecchia in sè ed in certo modo imita l’unità che dalla sapienza e dalla bontà divina procede nella natura delle cose: «homo igitur imitatur Naturam dum operam dat ut actiones ipsius omnes tum inter se tum cum fine ultimo connectantur. Et ita nascitur pulcherrima analogia inter vitam hominis moralem quam ex vo luntate Dei vivere debet et quasi vitam Naturae eidem voluntati conformem» (ib. II § 74). Siccome la perfezione propria non può esser raggiunta che per via della cooperazione collettiva, così l’uomo deve tendere alla perfezione di sè e degli altri (ib. I § 221). Con la perfezione poi è connessa necessariamente la felicità: «cum perfectione sui felicitas necessario cohaeret» (ib. II § 50). Onde l’importanza che Wolff concede nella morale al sentimento; il quale, se spesso impedisce la visione chiara dell’armonia totale della vita, «in dominio perfecto» concorre con la ragione alla sua maggior perfezione (ib. II § 572).

Rimane però sempre la differenza capitale che la perfezione wolfìana è qualche cosa di empirico, perchè anche la realtà soì* prasensibile è da lui posta come una realtà data obbiettivamente al pensiero e perciò pensata, secondo Kant, con elementi empirici: l’unità formale è quindi più apparente che reale e la perfezione si riduce in realtà a quell’aggregato di beni esteriori ed interiori che si comprende comunemente col nome generico di felicità (pr. V. 41). Di qui la rapida degenerazione, nei suoi seguaci, del suo principio in un superficiale eudemonismo 2;

  1. Obbiezioni analoghe a quelle mosse contro il principio kantiano erano già state opposte anche al Wolff; v. ib. II, § 1.
  2. Vedi p. es. Feder, Lehrb. d. prakt. Philos., 1781; I. C. Hennings, Sittenlehre d. Vernunft, 1782; A. Schelle, Prakt. Philosophie, 1785.