Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/178

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 178 —

l’unico fine della sua vita. Io non posso anche oggi rileggere senza una commozione profonda il racconto degli ultimi anni della sua vita, sacri alla meditazione e al dolore; quando in mezzo alle gravi e continue sofferenze della malattia, che lo trasse alla tomba, continuò con stoica serenità a meditare ed a scrivere. Chi può dire che cosa passava nella sua mente quando la sera sull’imbrunire si faceva portare accanto alla finestra e là con una mano dinanzi agli occhi si abbandonava e si assorbiva nella quotidiana meditazione, che era l’alta, la muta preghiera d’un filosofo? Anche la morte, lungamente preveduta ed attesa, fu morte degna d’un saggio. Egli attese la fine con mente sicura e viso calmo, senza tradire con un gesto od un lamento l’interna sofferenza: e quando la grande liberatrice fu vicina, raccolse senza paura e senza rimpianto, come un trapasso naturale, confortando ed esortando i suoi famigliari ad essere fermi e tranquilli.

Ma forse più che nell’affrontare la morte egli aveva mostrato la grandezza e la forza dell’animo suo nell’affrontare l’oscurità ed il silenzio, che furono, in vita, il compenso dell’opera sua. Egli svolse e fissò il suo pensiero nella più assoluta solitudine: amaramente conscio che questa era per lui un inevitabile destino. Egli aveva bene fermamente veduto che la moltitudine è sempre incapace di accogliere i più alti insegnamenti della ragione: e che quelli, i quali sembrano accostarsi o dedicarsi alla vita dello spirito, lo fanno generalmente per interesse, ambizione od altri motivi dell’ordine inferiore: quindi comprese che in nessun modo egli poteva conquistare una qualche celebrità senza rinunziare almeno in parte a quello che era il solo e l’alto compito della sua vita. Egli accolse perciò l’oscurità con indifferenza e con una specie di rassegnazione ironica: «nel rapporto con gli uomini (scrive nel suo libro «La mia celebrità», il cui titolo è già un’ironia) fui un perfettissimo zero per tutti gli altri viventi, ma celeberrimo a me stesso e legittimo compagno della notte e del silenzio». Anzi egli seppe apprezzarla come un mezzo per conservare la calma e l’indipendenza del suo spirito, come una condizione essenziale della libertà interiore, che può svolgersi senza essere turbata dal giudizio degli altri uomini. L’eccellenza dell’ingegno e della dottrina (scrive Ceretti in un dialogo pubblicato dal D’Èrcole, dove esamina le ragioni