Pagina:Martini - Trattato di architettura civile e militare, 1841, I.djvu/75

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di fr. di g. martini. 55

come quello di Strasburgo, non furono chiamati per l’incremento o per la bellezza dell’edifizio, ma a dar consigli circa la migliore e più solida costruzione della cupola, la quale ceteris nembris est difficilior, maius ingenium desiderat, come scrisse il Duca nella sopracitata lettera alla signoria di Siena. Anzi il solo consiglio che Francesco avesse dato che si riferisse alla decorazione della cupola, non fu seguito: dico dei quattro dottori messi a bassorilievo ne’ peducci, i quali furono fatti di marmo, non di rame dorato come egli aveva consigliato per iscritto. Del rimanente, che fossero mandati ad effetto i suoi pareri circa le parti costruttorie, lo ricavo e dalle dimensioni da lui fissate e dalla distribuzione di parecchie parti, che sono a modo suo, non parlando de’ tagli delle pietre e delle concatenazioni di esso, poichè le son cose invisibili; solo gli anzidetti dottori infissi ne’ peducci, alterarono, almeno nella crosta esterna, il taglio delle pietre di quella rilevantissima parte, la quale con maggior giudizio ed intelligenza di costruzione era stata compresa dal nostro architetto. Ebbe esecutore de’ lasciati precetti due fra i migliori architetti che vivessero allora in Lombardia, l’Omodeo ed il Dolcebono, i quali e dal proprio valore, e dagl’incagli necessariamente sorgenti in pratica, avranno preso a luogo consiglio per accordare in tanta opera le difficoltà impreviste colla strada tracciata loro dall’ingegnere di Siena. Anzi, un discorso disteso circa lo stesso oggetto dal Bramante, e conservato nello stesso archivio, ricorda la leggerezza della cupola, dandone lode all’Omodeo (1). Ma non è vero, siccome fu scritto da qualcheduno, che Francesco assistesse nella costruzione i due prenominati architetti.

Quanto cara ed apprezzata fosse stata l’opera di Francesco, lo testificano, oltre i ricchi doni, le due seguenti lettere colle quali il Duca e gli operai del duomo spiegano la riconoscenza loro alla signoria di Siena e ne encomiano l’ingegnere: sono desse scritte quand’egli accomiatossi da Milano. Due sono le lettere del Duca, ed assai simili: una

  1. Oltre le numerose guide di Milano, ed altri scrittori che appositamente illustraronne il Duomo, vedansi specialmente la citata descrizione del Franchetti con 30 tavole, e quella pubblicata nel 1823 dall’Artaria con 65 tavole.