Pagina:Mastriani - La cieca di Sorrento 1.djvu/153

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tia soffocare; e però, tuffato il volto nell’acqua per attingervi alcun refrigerio, mosse pian piano dalla sua camera, traversò parecchie stanze e corridori, e si trovo sull’alto della gradinata di marmo che metteva nella villetta.

A quell’ora l’aria era fina e balsamica; la vegetazione era in parte coverta ancora dal le ombre della notte, le quali però prendeano il colore dello sfumo. Dalle aiuole di fiori sorgea un soavissimo incenso di mille profumi, che s’innalzava e si spandea come la invisibil nube sulla quale la dea d’amore levossi rugiadosa dalla spuma del mare. Queto e sereno era l’aere mattutino; qualche fogliolina di acacia staccavasi dal ramo paterno; qualche uccelletto ebbro d’amore e stridulo si ritraeva dal fianco della sua compagna; qualche pioppo agitava le sue fronde nervose, eternamente in moto, come i campanelli d’un istrione.

Gaetano rimase pochi minuti sul pianerottolo della gradinata.

Lungi dall’esser tocco dall’incantevol destarsi d’un bel giorno di autunno in quella regina del golfo di Napoli, nella ridentissima Sorrento, l’anima di Gaetano stravagava nella immagine di Beatrice, di cui eragli rimasta una specie di allucinazione, come quando si fissa il sole per pochi secondi, che resta nella pupilla una confusione di luce è di colori, la quale si comunica a tutti gli oggetti su cui si porta poscia lo sguardo. E parimente Gaetano vedea la cara immagine di Beatrice da per ogniddove gli occhi di lui si voltavano... Quella fanciulla infelice,