Pagina:Mastriani - La cieca di Sorrento 1.djvu/37

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 37 —

Insomma ignorino, nel fondo del lor villaggio, l’infamia attaccata alla morte del padre loro. Non so qual sarà la mia sorte: un funesto presentimento mi avverte che non godrò lungamente del frutto del mio delitto... Il sangue sparso mi morde l’anima... e l’immagine della mia vittima mi si fa avanti da per ogni dove, mi si corica allato, e mi stringe il respiro nelle affannose e solitarie mie notti... Oh!.. sento, in certe notti, un rimordimento atroce!.. Sento svellermi il cervello al ricordo delle tranquille nottate passate al fianco della buona mia moglie, degl’innocenti miei figli, benedetto da quella santa vecchierella di mia madre!.. Maledetta la miseria!.. maledetti i vizii che mi trassero a questo passo!.. Il sangue umano non si sparge impunemente!.. Perdonami, Tommaso, se ti conturbo con queste idee... Perdona ad un resto d’inutil virtù che ancora mi si affaccia pallida e grama, e che a niente altro or mi giova se non a dilacerarmi vie più l’anima col pungolo de’ rimorsi — Addio; ti raccomando la stretta osservanza di quanto ti ho ingiunto di fare. Raccomandoti i figli e la madre... Addio — Il tuo Nunzio».

Ogni parola di questa lettera parea che configesse un pugnale nel cuor di Gaetano: le sue labbra imbiancavano come per morte: i suoi capelli sollalzavansi, e nelle vene sentia raffreddarsi il sangue, il quale tutto verso il cuore era confluito...

Dappoi che pochi momenti si fu rimasto nel-