Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/240

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— Nardo, il manovale, quello che ci lasciò la gamba sul ponte. Non mi riconoscete più, vossignoria? Donna Bianca mi ha mandato a svegliare di notte.

E narrava com’era arrivata la Compagnia d’Arme, all’improvviso, a quattr’ore di notte. Il Capitano e altri Compagni d’Arme erano in casa di don Gesualdo. Lassù, verso il Castello, vedevansi luccicare dei lumi; c’era pure una lanterna appesa dinanzi alla porta dello stallatico, al Poggio, e dei soldati che strigliavano. Più in là, nelle vicinanze della Piazza Grande, si udivano di tanto in tanto delle voci: un mormorìo confuso, dei passi che risuonavano nella notte, dei cani che abbaiavano per tutto il paese.

Don Gesualdo si fermò a riflettere: — Dove andiamo, vossignoria? — chiese Nardo. — Ci ho pensato. Non far rumore. Ah! Madonna Santissima del Pericolo! Va a chiamare Nanni l’Orbo. Lo conosci? il marito di Diodata?

Cominciava ad albeggiare. Ma nelle viottole fuori mano che avevano preso non s’incontrava ancora anima viva. La casuccia di Diodata era nascosta fra un mucchio di casupole nerastre e macchie di fichi d’India, dove il fango durava anche l’estate. C’era un pergolato sul ballatoio, e un lume che trapelava dalle imposte logore.

— Bussa tu, se mai... — disse don Gesualdo.

Diodata al vedersi comparire dinanzi il suo antico