Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/241

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varianti 235


Ahi non potrai, tiranno,
trionfar di Catone. E, se non lice
viver libero ancor, si vegga almeno
nella fatai ruina
spirar con me la libertá latina, fin atto di uccidersi)

SCENA XII

Marzia da un lato, Arbace dall’altro, e detto.

Marzia. Padre!
Arbace. Signor!
Marzia e Arbace.  T’arresta!
Catone. Al guardo mio
ardisci ancor di presentarti, ingrata?
Arbace. Una misera figlia
lasciar potresti in servitú si dura?
Catone. Ah, questa indegna oscura
la gloria mia!
Marzia. Che crudeltá! Deh! ascolta
i prieghi miei.
Catone. Taci.
Marzia. (s’inginocchía) Perdona, o padre;
caro padre, pietá! Questa, che bagna
di lagrime il tuo piede, è pur tua figlia.
Ah! volgi a me le ciglia;
vedi almen la mia pena;
guardami una sol volta, e poi mi svena.
Arbace. Placati alfine.
Catone. Or senti:
se vuoi che l’ombra mia vada placata
al suo fatal soggiorno, eterna fede
giura ad Arbace; e giura
all’oppressore indegno
della patria e del mondo eterno sdegno.
Marzia. (Morir mi sento!)
Catone. E pensi ancor? Conosco
l’animo avverso. Ah! da costei lontano
volo a morir.