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262 iv - ezio

SCENA XI

Onoria e detti.

Onoria. Ezio, gli obblighi miei
sono immensi con te. Volle il germano
avvilir la mia mano
sino alla tua; ma tu però, piú giusto,
d’esserne indegno hai persuaso Augusto.
Ezio. No, l’obbligo d’Onoria
questo non è. L’obbligo grande è quello
ch’io fui cagion, nel conservarle il soglio,
ch’or mi possa parlar con quest’orgoglio.
Onoria. È ver, ti deggio assai: perciò mi spiace
che ad onta mia mi rendano le stelle
al tuo amore infelice
di funeste novelle apportatrice.
Fulvia, ti vuol sua sposa (a Fulvia)
Cesare al nuovo dí.
Fulvia.  Come!
Ezio.  Che sento!
Onoria. Di recartene il cenno
egli stesso or m’impose. Ezio, dovresti
consolartene alfin: veder soggetto
tutto il mondo al suo ben pur è diletto.
Ezio. Ah, questo è troppo! A troppo gran cimento
d’Ezio la fedeltá Cesare espone.
Qual dritto, qual ragione
ha sugli affetti miei? Fulvia rapirmi?
Disprezzarmi cosí? Forse pretende
ch’io lo sopporti? o pure
vuol che Roma si faccia
di tragedie per lui scena funesta?
Onoria. Ezio minaccia! E la sua fede è questa?