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22 i - didone abbandonata

SCENA XVI

Didone con guardie, e detti.

Osmida. Siam traditi, o regina. (con affettato spavento)
Se piú tarda d’Artace era l’aita,
il valoroso Enea
sotto colpo inumano oggi cadea.
Didone. Il traditor qual è? dove dimora?
Osmida. Miralo! nella destra ha il ferro ancora. (accenna Araspe)
Didone. Chi ti destò nel seno
sì barbaro desio?
Araspe. Del mio signor la gloria e il dover mio.
Didone. Come! L’istesso Arbace
disapprova...
Araspe.  Lo so ch’ei mi condanna;
il suo sdegno pavento:
ma il mio non fu delitto, e non mi pento.
Didone. E né meno hai rossore
del sacrilego eccesso?
Araspe. Tornerei mille volte a far l’istesso.
Didone. Ti preverrò. Ministri,
custodite costui. (Araspe parte tra le guardie)
Enea. Generoso nemico,
in te tanta virtude io non credea.
Lascia che a questo sen... (a Iarba)
Iarba.  Scostati, Enea.
Sappi che il viver tuo d’Araspe è dono;
che il tuo sangue vogl’io; che Iarba io sono.
Didone. Tu Iarba!
Enea.  Il re de’ mori!
Didone. Un re sensi sì rei
non chiude in seno: un mentitor tu sei.
Si disarmi.