Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/29

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atto primo 23


Iarba.  (snuda la spada) Nessuno
avvicinarsi ardisca, o ch’io lo sveno.
OSMIDA. Cedi per poco almeno,
fin ch’io genti raccolga: a me ti fida, (piano a Iarba)
Iarba. E cosí vil sarò? (piano ad Osmida)
Enea.  Fermate, amici.
A me tocca il punirlo.
Didone.  Il tuo valore
serba ad uopo miglior. Che piú s’aspetta?
O si renda, o svenato al piè mi cada.
Osmida. Sérbati alla vendetta, (piano a Iarba)
Iarba. Ecco la spada, (getta la spada, che
viene raccolta dalle guardie, e parte fra quelle)
Didone. Frenar l’alma orgogliosa
tua cura sia. (ad Osmida)
{{Al|Osmida.}} Sulla mi fé riposa. (parte appresso Iarba)

SCENA XVII

Didone ed Enea.

Didone. Enea, salvo giá sei
dalla crudel ferita.
Per me serban gli dèi sì bella vita.
Enea. Oh Dio, regina!
Didone.  Ancora
forse della mia fede incerto stai?
Enea. No: piú funeste assai
son le sventure mie. Vuole il destino...
Didone. Chiari i tuoi sensi esponi.
Enea. Vuol... (mi sento morir) ch’io t’abbandoni.
Didone. M’abbandoni! Perché?
Enea.  Di Giove il cenno,
l’ombra del genitor, la patria, il cielo,
la promessa, il dover, l’onor, la fama