Pagina:Milani - Risposta a Cattaneo, 1841.djvu/7

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plici commessi dell’ingegnere in capo. Molti esservi entrati ed usciti, e tra questi molti entrati ed usciti contarsi i migliori giovani che, allettati dalla bellezza e novità dell’impresa, offrivano il tributo dei loro studii e del loro zelo, ed alcuno l’esperienza dei lavori fatti sulle strade ferrate di Francia. Io non aver mai consultato gli ingegneri dell’ufficio tecnico, averli astretti a prestarmi la servitù della loro mano, e non l’opera della loro intelligenza; aver essi dovuto soffrir il giogo di discipline umilianti. Egli, il dottore Cattaneo, dettar ora per allora ciò che allora si avrebbe dovuto fare.

[Pagine 17, 18.] VII. Mostrarsi evidente la mia ignoranza anche dal modo con cui ebbi a determinare la linea, a tracciarla sul terreno, a concludere i lavori geodetici da compiersi, a darvi mossa, a condurli. Avere, alla prima, presa la mia risoluzione sulla carta; aver anzi tratto determinata la linea con fili di seta tesi sulla carta topografica, senza aver premesso alcun esame del terreno, alcuno studio dei livelli, mirando solamente ad ottenere i più lunghi rettilinei a mite angolo, e ad evitare le grandi masse dei caseggiati.

Poscia aver imposta al terreno, tale e quale, questa linea arbitraria mediante un lavoro inutile e mal sicuro, una teatrale costruzione di torri di legno con fuochi notturni, e aver fatto infine di questa unica linea, con ordine prepostero, la livellazione.

Su di che il geografo signor Manzoni presentò alla Direzione un’apposita Memoria di disapprovazione. Molti esperti ingegneri ne fecero rimostranze ai direttori, e tutti poi ne mormorarono.


[Pagina 17] Mentre si avrebbe dovuto esplorare sopra un mediocre spazio il corso dei maggiori fiumi per determinare in ciascuno i più opportuni passi, e congiungerli poi con linee più o meno numerose di livellazione, affine di trascegliere a ulteriore studio quelle che unissero le minori lunghezze alle minori difficoltà; a questo modo sul tavolo degli ingegneri si avrebbe avuta la vera immagine del terreno da studiarsi, e questo profondo studio avrebbe dovuto generare la linea tecnica.


[Pagine 49, 51, 52, 55.] VIII. Il braccio da Milano a Monza essere una proprietà della società lombardo-veneta, una parte della primitiva sua impresa, e la società averla perduta perchè io mi sono rifiutato di difenderla con gli studii del terreno.

[Pagina 5.] Anche pel ramo da Treviglio a Bergamo aversi dovuto, in novembre 1837, promuover domande da altre persone prima che io mi risolvessi ad occuparmene.

[Pagina 52.] Tardi, e soltanto nell’agosto 1838, essermi risolto ad adottare per la stazione di Milano il luogo indicato dall’architetto signor Durelli, perchè voleva entrare in Milano per l’angusto borgo dei Monforti.

[Pagina 31.] A Mestre doversi fare la stazione sul canale — scemar ivi quella viziosa angolatura coll’avvicinare di altrettanto il rettilineo a Strà, al Dolo, alla Mira, ove il terreno è anche migliore, al dire dei di lui pratici della provincia.


[Pagina 16.] IX. Aver io colla società e colla Direzione un contratto di locazione e conduzione d’opera che mi rende in faccia alla società ed in faccia alla Direzione irremovibile, che comprende degli obblighi e dei diritti reciproci da doversi rispettare fino a sei mesi dopo che la strada di ferro da Venezia a Milano sia compiuta ed attivata, eccettuato il solo caso in cui la società, per qualsiasi motivo ed in qualunque momento, si dichiarasse disciolta o cessasse dall’impresa, e quindi un contratto tale da non potersi sciogliere se non col compimento dell’opera o colla morte della società e dell’impresa.