Pagina:Mirtilla.djvu/35

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

A T T O

Fill.Io voglio qui fermarmi, perch’io veggio,
Ch’egli arde di desio di parlar meco;
E vò mostrare a lui quella pietade
Del suo mal, ch’io vorrei,
Ch’altri mostrasse a me del mio dolore;
E bene imparo, ahi lassa, a le mie spese,
A mostrarmi cortese.
Igi.Gentilissima Filli,
Pietà di me tuo sfortunato servo.
Fill.Se da l’opere nostre
Si può vedere il core,
Credo, che tu conosca Igilio, quanto
Mi spiaccia, e mi rincresca non poterti
Dare del tuo servir giusta mercede;
Ma non posso dispor di quelle cose,
Che per colpa d’Amor non son più mie.
Io d’altrui sono, e non posso esser tua.
Che mia nè anco sono.
Igi. Com’esser può, ch’essendo Amor commune,
Non sia commune ancor quel desiderio,
Ch’egli con la sua face accende in noi?
Et è pur vero, e con mio mal lo provo:
O dolce albergo d’ogni mio pensiero,
Fa forza a te medesma, e mi concedi
Parte della tua gratia, acciò che Amore
Non vada altero della grave pena,
Ch’ogn’un di noi sostiene: habbi a memoria,
Che d’ogni cosa è copioso il mondo,
Fuor che di puri, e non infiniti amanti;


E poi