Pagina:Monete dei romani pontefici avanti il mille.djvu/27

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Oltre i suddetti pezzi che positivamente sono stati lavorati tra il finir del 743, cioè quando Costantino ebbe riacquistato l’impero, ed il 774 anno in cui ebbe fine il suo dominio in Roma e nel suo ducato, venne anche in questa città coniata una moneta del peso di grani 25, la quale pare d’argento, forse d’oro bianco, nel qual caso sarebbe un tremisse, coi nomi di Artavasdo e Niceforo, i quali proclamati imperatori a Costantinopoli dopo la morte di Leone Isauro nel 741, subito ristabilirono il culto delle sacre imagini, epperciò vennero immantinenti riconosciuti dal pontefice Zaccaria, come appare da una sua lettera scritta imperante domino piisimo augusto Artavasdo a Deo coronato magno imperatore anno III P. C. eius anno III, sed et Niceforo magno imperatore eius filio anno III1.

Questa rarissima moneta battuta tra il 741 ed il 743, cioè durante il tempo che essi regnarono, ha da un lato l’effigie e nome d’Artavasdo dall’altro quella di Niceforo accostata dalle due lettere I-B, e simile nel tipo e peso, e colle stesse due lettere che vedonsi sopra una moneta d’ugual metallo da papa Adriano I coniata, onde nessun dubbio può aversi sul luogo della sua battitura.

Oltre queste monete principali, trovansi sovente nei dintorni di Roma piccole silique d’argento del peso di grani 7 incirca, aventi da una parte un’effigie d’imperatore ma senza leggenda, e dall’altra le lettere R M con sopra una croce, inoltre pezzi quasi quadrati di rame del valore di tre quarti di follare con simil figura da un canto e dall’altro XXX e sotto ROM, ma tutti di tipo sì barbaro che non direbbonsi fatti in Italia quantunque portino il nome della zecca di Roma, onde non dubiterei che siansi fatti batter dal senato negli ultimi tempi della dominazione imperiale per sopperire ai minuti bisogni del popolo.

Avendo adunque veduto che in Roma sinche continuossi a riconoscere per sovrani gli imperatori di Costantinopoli, sempre la moneta a loro nome ed effigie coniavasi, essendo questa una prerogativa della sovranità, la quale, come abbiam già detto e come meglio ancora vedremo, non incontrò

    castri, il che accadde allo stesso Saulcy , che disse tale essere il soldo N° 10 della Tav. XIII.
    Questo noto affine d’impedire che nel classificare tali monete si ripeta questo facile errore.

  1. Du Fresne, Historia Byzantina. Paris, 1680, fol., pag. 124.