Pagina:Mussolini - Il mio diario di guerra, 1923.djvu/155

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neve. Giungono i primi soldati di fanteria che ci danno il cambio. Zaino in spalla. Scendiamo. Prima tappa al bivio di Pierabech-Navagnist, per attendere gli altri plotoni della compagnia. Giù nella valle non c’è più neve e fa caldo. Seconda tappa a Forni, per l’adunata di tutte le compagnie del battaglione. Due ore di libertà. Colazione all’albergo della Corona. E’ con me Reali. Una stanzetta al piano superiore chiara e pulita. Alla parete un bel ritratto a penna di Camillo Cavour, con questa dicitura in francese: Premier Ministre du Roi de Sardaigne. Una vecchia — di età assai avanzata, ma ancora arzilla — sta agucchiando, vicino alla finestra. Le domando:

— Il confine è molto lontano di qui?

— Non molto. Due ore o più.

— E Come si chiama il primo paese tedesco dopo il confine?

— Luckau.

— Ci siete stata?

— Una volta sola. A Luckau c’è un grande Santuario e tutti gli anni, prima della guerra, si facevano dei pellegrinaggi. Ci vogliono cinque ore di cammino. Si passa da Pierebech e si rimonta il Fleons.

La vecchia mi racconta, poi, l’episodio dello sgombro di Forni, avvenuto alcuni mesi fa, sotto la minaccia di una incursione del nemico.

— Un giorno, all’improvviso, il Sindaco ci diede l’ordine di andar via. Nessuno restò nel paese.

Tutte le case furono chiuse e abbandonate. Che confusione! Che disperazione! Le famiglie povere