Pagina:Naufraghi in porto.djvu/130

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cobbe Dejas, Isidoro Pane, altri amici, non salutavano più le Era: Giacobbe aveva urlato come un cane, minacciando, pregando; ma zia Bachisia l’aveva messo fuor della porta.

Anche zia Porredda, a Nuoro, sebbene suo figlio avesse patrocinato la causa di separazione, accolse le amiche con freddezza: non per questo Giovanna era meno preoccupata per i suoi stracci; ecco, le pareva che nella tela l’avessero un po’ imbrogliata, il fazzoletto di lana a grandi rose cremisi aveva le frangie troppo corte: in un nastro c’era una macchia. Ah, tutto questo era ben grave!

Calava la sera, come l’altra volta, ma le cose intorno, e il tempo e il cuore, tutto era mutato.

La «camera dei forestieri» adesso aveva una bella finestra dai cui vetri penetrava la luce viva e fredda del crepuscolo invernale. I mobili nuovi, ancora odorosi di vernice, luccicavano di uno splendore biancastro; la porta dava sulla loggia coperta, dalla quale una scala nuova, di granito, scendeva all’antico cortile. Tutta la casa era stata rinnovata. Il « Dottore» faceva affari: era ricercatissimo tanto in civile come in penale; le cause più indiavolate, i delinquenti più vili, tutte le persone che maggiormente temevano i codici, s’affidavano a lui.

Giovanna finì di ripiegare, avvolgere, riporre le tele, le.stoffe, i fazzoletti: la bisaccia era colma da ambe le parti, e la giovine la sollevò e la scosse perchè i pacchi calassero meglio a fondo. Poi si mosse, seria, le sopracciglia ag-