Pagina:Naufraghi in porto.djvu/152

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     core, io me ne infischio. Sono venuto: bisogna fare qualche cosa. Isidoro Pane. Ehi, Isidoro Pane, lasciate la vostra corda ed ascoltatemi.

Bisogna... fare... qualche cosa... Avete inteso?

— Ho inteso. Che possiamo fare? Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare. Abbiamo gridato, pregato, minacciato. Si è intromesso il Sindaco, il segretario, prete Elias.

— Bello quel prete Elias! Che ha fatto lui? Ha predicato, ma con lo zucchero. Lui, lui doveva minacciare; doveva dire: io prenderò i libri santi e vi maledirò, vi scomunicherò; voi non vi sazierete mai d’acqua, nè di pane, nè d’altra cosa; voi vivrete l’inferno in vita. — Vedevate allora l’effetto; ma no, prete Elias è uno stupido, è un prete di latte cagliato, non ha fatto il suo dovere. Non nominatelo o mi arrabbio.

Isidoro lasciò la corda.

— E inutile che tu t’arrabbi. Prete Elias non doveva minacciare e non ha minacciato. Ma credi pure, la scomunica cadrà lo stesso su quella casa.

— Ah, io me ne andrò via, sì, me ne andrò via; non voglio più quel pane maledetto! — disse Giacobbe, e tutta la sua faccia espresse un amaro raccapriccio. — Ma prima voglio prendermi il gusto di bastonare, gli sposi del diavolo.

— Tu sei matto, uccellino di primavera! — disse Isidoro con un sorriso accorato, imitando Giacobbe.

— Sì, sono matto. E quando fossi matto, a