Pagina:Naufraghi in porto.djvu/204

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mobili erano proporzionati: un armadio di legno rosso, sulla parete di fondo, raggiungeva il soffitto, ed aveva alcunchè di grave e pensoso; il letto di legno, attorno ai cui piedi girava una fascia di stoffa giallognola, alto e maestoso, pareva una montagna. C’era un non so che di misterioso in quella camera dagli angoli bui e dal soffitto alto e livido come un cielo nuvoloso; la minuscola figura di zia Anna-Rosa vi si smarriva come nell’immensità di una campagna: appena la sua testa arrivava alla sponda del letto.

Giacobbe Dejas sognava su quel letto immenso. Aveva la febbre; gli pareva di essere ancora dentro la fossa; ma i due uomini che l’avevano sotterrato continuavano ad accumulare la terra attorno alla sua testa, soffocandolo. Ed egli soffriva, ma lasciava fare nella speranza di guarir più presto se lo sotterravano fin sopra la testa; e la sua testa era prete Elias, sul cui petto s’agitava la coda minuscola d’una tarantola. Nel sogno sentiva un pazzo terrore della morte: quando era entrato nel forno tiepido, aveva pensato che l’inferno poteva essere un forno acceso, entro il quale i condannati dovevano stare in eterno distesi.

Ora nel sogno gli si riproduceva esattamente quell’impressione. Dalla fossa, mentre la terra gli si accumulava intorno al viso, ed egli stringeva la bocca per non ingoiarne, vedeva un forno acceso. Era l’inferno. Ne provò un terrore tale che, anche nel sogno, anche nell’inco-