Pagina:Naufraghi in porto.djvu/205

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scienza febbrile dell’incubo, ebbe il bisogno prepotente di accertarsi che tutto era una illusione dei sensi. E si svegliò; ma con l’impressione che, se fossero sensibili, dovrebbero provare le pietre in un incendio: sentirsi ardere e non potersi muovere, non poter sfuggire all’orrendo destino. Diede un grido, un — ooh — sordo e grave, il cui suono lo confortò come una voce umana risonante presso di lui nell’orrore dell’inferno.

Dalla cucina attigua zio Isidoro — che era rimasto per aiutare in ciò che poteva la piccola vedova — sentì quel grido nel sonno ed ebbe paura; si svegliò pensando che Giacobbe fosse morto; balzò su ed entrò nella camera: e vide il malato coricato supino, con la faccia stranamente allungata, e gli occhi, che sembravano neri, lucenti di lacrime.

— Sei sveglio? — domandò piano. — Che cosa vuoi?

Gli toccò il polso, avvicinandovi l’orecchio come per sentirne il battito. Subito dopo apparve sull’altra sponda del letto il visino di zia Anna-Rosa avvolto in un fazzoletto bianco.

Allora accadde una cosa strana: il viso del malato si accorciò, la bocca si allargò, gli occhi si strinsero; e un gomito lungo sibilò nella camera. La piccola donna rivisse in un tempo lontano, quando su quel medesimo letto Giacobbe bambino piangeva; protese quindi le braccia, accarezzò il malato, parlò fra dolce e irritata: