Pagina:Naufraghi in porto.djvu/220

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mani valeva lo stesso; tanto non aveva nessuno che l’aspettasse. E va, e va, le prime ombre della sera lo avvolsero mentre finiva di percorrere il fondo della valle. I grilli pareva segassero l’erba con piccole falci di argento, i profumi dei fiori e dei cespugli gravavano tiepidi sull’aria; la brezza s’era spenta, gli uccelli tacevano, e solo i triangoli neri dei pipistrelli solcavano la cenere luminosa del crepuscolo.

Oh, la divina melanconia delle sere di prima vera, che rattrista anche le anime felici! Non è forse la nostalgia atavica del paradiso terrestre, dei fiori e delle erbe e del tepore fragrante di un’eterna primavera, per cui l’uomo fu creato e che egli ha perduto in eterno?

Costantino camminava e camminava; dopo lunghi anni di brutale oppressione, passati tra mura infette, fra uomini corrotti, in un cerchio ove l’aria stessa era imprigionata, egli attraversava lo spazio libero, calpestava l’erba, le pietre, ed a misura che saliva le montagne sorgenti dalla valle vedeva spalancarsi più e più l’orizzonte, ed il cielo stendersi infinito e dolce come la libertà stessa; eppure mai, nel carcere, aveva provato il senso profondo di tristezza che lo invadeva col cader delle ombre da quel libero cielo. Egli andava, ma perchè andava? dove andava? Era stato allegro al principio del viaggio, gli era parso di andare verso un luogo ove avrebbe trovato un po’ di gioia. Adesso si stupiva di tutto questo. Gli pareva nell’incerlezza del crepuscolo che velava le