Pagina:Naufraghi in porto.djvu/238

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Elias, lei capisce che se avessi voluto ammazzare qualcuno l’avrei fatto subito. Ed egli ripete sempre: Vattene, vattene, è meglio. — Che cosa dite voi, zio pescatore: devo andarmene o no?

— Io non so niente, — disse l’altro con rimprovero. — Ciò che so è che tu sembri un cane accidioso. Perchè non lavori, dimmi, perchè pensi a questo tuo Burrai, cattiva lana, il quale, d’altronde, non pensa a te?

— Ah, egli non pensa a me? — disse Costantino offeso. — Ecco che io vi farò vederci se egli pensa o no a me. Ecco qui!

Si alzò, trasse una lettera dalla tasca interna della giacca, e cominciò a decifrarla; era del Burrai, il quale scriveva da Roma, dove aveva messo su un piccolo spaccio di vini sardi. Naturalmente il re di picche ingrandiva le cose, diceva di essere proprietario d’un grande deposito di vini; offriva ospitalità a Costantino, gli rimproverava di non essersi fatto trasferire a Roma, e gli assicurava del lavoro. Gli occhi azzurri del pescatore s’aprirono, infantilmente stupiti.

— Oh guarda, oh guarda! — cominciò a dire. Perchè non lo dicevi prima? Perchè nascondevi la lettera? Quanto occorre per andare a Roma?

— Cinquanta lire, ecco tutto.

— E tu le hai?

— Io le ho sicuro.

— Ah, allora va, va pure! — esclamò il vecchio, tendendo la mano verso l’orizzonte.