Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/307

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Patrizio. 297


Ma egli conosceva Pavia tutta quanta e gli uomini — e le donne meglio ancora — e gli pareva impossibile che Gildo potesse sfuggirgli.

Era dunque andato lontano?

Si pentì di non averne mai chiesto nè la patria nè la famiglia, di non aver cercato nessun filo che potesse ora servirgli di guida.

Perchè quel travestimento? Lo amava? Chi era? Che cosa voleva? Che fare?

Un pensiero che gli tornava spesso era quello di esaminare i giorni passati insieme; tante piccole cose, un rossore, un silenzio, un sospiro, uno sguardo mesto e tremante di quei grandi occhi neri — e quante volte egli si era mostrato volubile!

Si mordeva allora le mani, abbandonandosi ad eccessi di rabbia che irritavano sempre più il suo amore.

In confidenza: verso quell’epoca ebbe credito nella scolaresca la voce che Patrizio avesse dato volta al cervello.

Le persone saggie non mancarono di assicurare che la cosa era prevista, come conseguenza inevitabile dei suoi stravizi. Le donne piansero un poco e poi si consolarono — la cappellaia in ispecie giurò che non voleva più saperne di biondi e si volse ad Augusto che era nero.

Qualche studente domandò a Patrizio: dov’è il tuo angelo custode?

Questa frase, detta per celia fu la base di congetture bizzarre, di fiabe gonfiate da certa gente timorata e bigotta che non si peritò a ricamarvi sopra una storia di miracoli e di apparizioni.