Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/32

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22 Novelle gaje.


sole, perchè non mi permettevo di guardare all’insù del mio naso; non so se facesse caldo, perchè un uomo occupato dell’anima sua non deve ascoltare le impressioni dei sensi; non so se fosse mattina, mezzogiorno, le due o le quattro, allorché fui chiamato in sala, perchè un servo del Signore non calcola il tempo, e tutte le ore sono buone per pregare. Mi chiederete dunque che cosa vi voglia descrivere di quel giorno memorabile; io vi dirò che aveva recitato il mio rosario, fatta la solita meditazione sul Manuale di Filotea, mangiato del pane raffermo e della carne putrida per mortificare la gola (lo che aveva maggiormente mortificato il mio stomaco che spasimava per la nausea), e mi preparavo a scrivere una dissertazione sul modo compassionevole col quale Tobia rimase cieco, allorché — come dissi — mi chiamarono in sala.

La mia nobile zia Atenaide di Vavaroux, Monte, Rocca, Picco e Torre appariva in tutto lo splendore della sua dignità; seduta in alto, vestita di nero, colle sue candide mani intrecciate sul petto, la paragonai a santa Cunegonda regina. Non saprei a chi paragonare il non meno nobile cavaliere Guglielmo Zaccarone dei nove Chiodi, che faceva anch’egli la sua bella figura, in piedi, presso al camino e languidamente appoggiato con uno de’ suoi lunghi bracci al davanzale di marmo. Don Edoardo e don Sulpicio completavano il quadro in pose differenti.

— Perdonimi Iddio, caro nipote, — è la marchesa che parla, — se ti ho distratto dalle tue pie occupazioni; ma il Signore nella sua benignità permette che noi ci occupiamo qualche volta dei nostri fratelli.