Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/33

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 23


— Ama il prossimo come te stesso — interruppe Zaccarone a guisa di commento.

La marchesa approvò con un cenno del capo e riprese:

— Noi abbiamo goduto fin qui la pace delle anime giuste nella solitudine e nel ritiro. I rumori del mondo non contaminarono il tuo orecchio o Torquato; io ti crebbi nella fede del Signore e null’altro ti insegnai perchè tutto il resto è vanità.

— Delle vanità — completò Zaccarone.

— Ma adesso, figlio mio, è giunto il momento di aprire il tuo vergine cuore ad altre voci che non sono quelle della meditazione e delle preci.

Udendo mettere in ballo così la verginità del mio cuore io mi turbai profondamente; compresi nel suo ampio concetto l’apparizione dell’angelo a Maria, annunciandole che sarebbe madre. Non è ch’io pure m’aspettassi una simile annunciazione — benché tutto sia possibile nella fede, io non la pensai — ma il mio cuore tremò inconscio e timoroso. Mia zia se ne accorse.

— Ti rassicura, Torquato; quello che devo dirti non porrà incaglio alla santità della tua vocazione: si tratta di un’opera di misericordia.

— Ascolto, signora zia.

— Tu sai che in linea paterna avevi un cugino di fresco ammogliato con una damigella lombarda.

— Ahi signora, l’anima mia non si cura dei vincoli che attaccano questo misero corpo all’umanità.

— Ben detto, Torquato, e degno di te; ma devo annunciarti che il cugino è morto.