Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/35

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 25


sione alla fragilità della carne, tenevo gli occhi sul tappeto e le mani sulla mia tonacella.

Un delicato profumo di mammola ferì il mio naso abituato esclusivamente al forte odore dell’incenso, e una voce che non assomigliava per nulla alle voci che udivo tutti i giorni esclamò soavemente:

— È questo dunque mio cugino?

Io non la guardai, no, lettori; ma compresi che doveva essere la vedovella e le feci un rispettoso inchino.

Mia zia replicò:

— Ecco, Torquato, la nostra cara parente, io la raccomando singolarmente a te, perchè colla rassegnazione e colla fede che il Signore Iddio t’ha compartito possa a tua volta trasfondere nel di lei petto quei sentimenti di cristiana mansuetudine che soli aiutano a sopportare le tribolazioni del secolo.

— Marchesa, hanno dato in tavola — interruppe Zaccarone.

Sedemmo tutti; dal fruscio leggero di un vestito di seta m’accorsi che la cugina era collocata rimpetto a me. Io non la guardai, no, lettori; ma il profumo di mammola attraversava la mensa e giungeva ancora a solleticarmi l’odorato e la soave vocina parlava sovente in termini che mi facevano arrossire. Ella rideva ah! come rideva! io non avevo mai udito ridere nè mai osservato che figura facesse una bocca ridendo. Pure non la guardai, no, lettori; ma siccome la creta è fragile e la pupilla gira così rapidamente, mi posi una mano davanti agli occhi e rimasi in questa positura tutto il tempo del pranzo.

Alla sera chiesi il permesso di ritirarmi presto, do-