Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/37

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 27


(ah! perchè non avevo una terza mano da innalzare ?)

— Voi parlate cosi perchè vi sono ignote le gioie purissime, inebbrianti, divine che allietano due sposi uniti dal più tenero amore! Di giorno, di sera, noi eravamo sempre uniti; un solo desiderio ci infiammava, un solo pensiero.

— Per carità, signora, cessate da questo strano delirio; il mio pudore si rivolta a descrizioni sì scandalose.

Ella tacque, ma ricominciò a singhiozzare; io mi posi in ginocchio, e nascondendo il volto fra le pieghe della mia tonacella, gridai dal profondo dell’anima: «E fino a quando, o Signore, flagellerai i tuoi servi?»

Quasi tutti i giorni avevamo un dialogo di questo genere; ma disperando di salvarla colla persuasione e co’ saggi ammonimenti, digiunavo per lei e mi flagellavo e chiedevo fervorosamente allo Spirito Santo che la inondasse della sua grazia.

Senonchè trascuravo a questo modo la mia propria salute e più d’una volta l'anima mia sorprese la mia mente rivolta alla peccatrice. Risolsi di involare qualche ora alla notte per riprendere le mie meditazioni sui padri della Chiesa primitiva. Mi alzai alle tre; ma c’era nella cameretta un topo che dava troppa distrazione al mio spirito, onde mi avventurai fuori dell’uscio, giù per la scala, fino ai primi alberi dei giardino. Oh! come dolce scendeva su di me la rugiada delle celesti ispirazioni, là, fra quelle brune piante, sotto quella vôlta stellata che mi parlava del-