Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/41

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 31


— Signora, v’ingannate...

— No, che non m’inganno. Siete voi l’ingannato, cugino mio, voi che a diciannove anni vivete come una mummia; voi, che dell’uomo non serbate che il nome; voi che abdicaste alle nobili gioie, ai lavori virili, alle conquiste dell’intelligenza, alle lotte del cuore, all’ebbrezza dei muscoli, e per chi? Rispondete: per chi?

Era impossibile che io rispondessi perchè quel fiume di parole così stravaganti, così astruse per me mi rendevano muto.

Ella, supponendo che mi mancasse il coraggio, mi si fece accanto e mi prese improvvisamente una mano. Risentii, come in quella sera, la morbidezza della rosa, il profumo della mammola, un turbamento arcano, profondo, indescrivibile.

Mi alzai e fuggii a corsa, rattenendo i lembi della mia tonacella.

— Sant’Antonio, san Gerolamo, sant’Agostino, san Paolo, voi tutti valorosi campioni della forza che domina gli istinti brutali, abbiate pietà di me. San Luigi, san Francesco, san Domenico, san Carlo, gigli di purità e di candore, abbiate pietà di me. Angeli, arcangeli, cherubini, serafini, troni e dominazioni, abbiate pietà di me!

Compiuta questa breve ma fervente orazione, mi coricai sul nudo terreno ove presi sonno. Dormendo vidi le due rotture che avevo fatte nel velo di Giannina.

All’indomani un servitore mi portò il Manuale di Filotea per ordine della signora vedova Gallieri. Pre-