Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/47

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 37


sembravate senza dubbio una cosa naturalissima, poiché ci eravamo tante altre volte trovati soli, sia in giardino, sia nella corte o in sala o in chiesa: ma convien dire che non risulti lo stesso o ch’io mi fossi cambiato durante la malattia perchè... perchè... ah! come faccio mai a dirlo! Or bene, non lo dirò. Ma se non lo dico, il lettore può pensare a male e credere... Dunque lo dirò. Tutto ben considerato posso spiegarmi in due parole: io l'amava.

Suppongo, lettori, che voi conoscerete l'amore; ponetevi un istante nei panni di uno che non lo conosceva: che magia! che portento! che trasformazione!

Che cos’è la terra, che cos’è il cielo, che cos’è il tempo, che cos’è l’eternità per un uomo innamorato? (non escludo le donne).

Che cosa divennero a miei occhi gli angeli, i santi, i cherubini, i serafini, i troni, te dominazioni? E don Edoardo, e don Sulpicio?

Fu un lampo, te tenebre si squarciarono; oh! come bella e raggiante come mi apparve eterea la mia Giannina!

Ma se basta una scintilla ad illuminare il cuore, a svincolarlo dai ceppi del misticismo, non così facilmente si scioglie la lingua abituata a masticare Paternoster. Ne venne di conseguenza che non potendo più parlare il mio linguaggio antico e trovandomi nella perfetta ignoranza dell’altro, io tacevo. Gli intendenti asseriscono che questo è il miglior mezzo di spiegarsi quando si è innamorati. Era forse per spiegarsi anch’essa che Giannina non apriva bocca? Dapprima lo sperai, poi lo credetti, e non ne ebbi più alcun