Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/56

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46 Novelle gaje


Un villanello zuffolava dentro un campo di segale; vedendo passare il treno alzò la faccia ilare e curiosa sulla quale sorrideva la serena confidenza dei vent’anni.

— Divina gioventù! — esclamò il mio amico guardandolo. — Ebe dalle dita rosee e dai fragranti capelli diffusi in nimbi d’oro sulle immortali forme!

— Bene! Bravo! Ridiventatemi poeta e crederò che tutto non è morto ancora nel vostro cuore. Avanti.

Egli lasciò cadere le braccia scoraggiato:

— Come posso parlarvi di gioventù e di poesia alla mia età?

— Magnificamente e con conoscenza di causa. Non si giudica mai bene una battaglia finchè si è nella mischia; la polvere accieca e il frastuono assorda; ma quando deposte le armi si contempla tranquilli il passato col sorriso indulgente del soldato e del filosofo, allora è tempo di scernere. il vero dal falso e la poesia sposata all’esperienza riesce più robusta e più vera. I giovani sono cattivi parlatori perchè corrono avanti col pensiero nei bugiardi vortici della speranza; preferisco la parola calma ed arguta dell’età che ricorda. Suvvia, narratemi qualche episodio della vostra vita di studente.

— Temo di accrescere la mia malinconia e per conseguenza la vostra noia rifacendo nella mente una vita che non esiste più.

— E perchè dovreste pensarvi con malinconia? La gioventù è lotta, la vecchiaia è riposo (badavo a tirare in lungo il discorso perchè non avesse a cadere affatto). Entrambi hanno i loro piaceri, quella più acuti,