Pagina:Neera - Un romanzo, Brigola, Milano, 1877.djvu/113

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sormontava fosse di conte, di marchese, di barone oppure di duca.

Quel coupé divenne il suo incubo.

Lo sognava rilucente corrergli davanti colla rapidità della folgore e travolgerlo sotto le ruote. Una notte — una sola — sognò di trovarsi adagiato sui cuscini di raso azzurro — con quegli occhi che io guardavano! — e si alzò barcollando come colto da vertigine.

Non lavorava più; non parlava più con nessuno; sempre solo, vagante, immerso nella sua visione.

Il settembre passò a questo modo.

Olimpio lo incontrò una mattina che passeggiava a capo basso sotto gli alberi sfrondati dei vecchi Giardini Pubblici; colla canna disegnava linee ignote sull’arena, e non si diede neanche per inteso del saluto fattogli.

Olimpio allora gli battè sulla spalla dicendo:

— Sapevo che voi altri pittori siete tutti un po’ balzani, ma un’altra volta avvisami quando ti coglie la recrudescenza.

Roberto si gettò nelle braccia del suo amico.

Olimpio, sorpreso di tanta tenerezza, lo guardò diffidente, e:

— Dove diavolo sei stato in tutto questo tempo?

Roberto balbettò, si confuse, divenne rosso e finì col raccontare ogni cosa.