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96 Una giovinezza del secolo XIX

sent en nous des vides qui ne se comblent pas". Sopratutto questo: vuoti che non si colmano più. Come potremo noi ridere in seguito, se non abbiamo riso nell’età dell’espansione e della gioia? Se la risata larga, spensierata, trillante e leggera qual volo d’allodola, la volubile risata che si accende e si spegne senza causa sulle labbra dell’infanzia felice, fu isterilita dal sospetto, contaminata dall’ingiustizia? Se nell’età della fiducia completa e del completo abbandono abbiamo dovuto dubitare? Se quando i nostri cuori si aprivano all’amore con tutte le boccucce del desiderio, come fanno nel nido i piccoli nati, un soffio di scetticismo ci raggrinzi nella nostra nudità, nella nostra povertà, si che un po’ di freddo rimase nelle intime pieghe dell’anima nostra? Il fanciullo, che non si sente padrone del mondo, non è un fanciullo felice e quando pure la vita gli prepari altre gioie ed altri sorrisi sempre gli resterà quella piega dolorosa dei primi anni mancati, cicatrice indelebile di un’anima ferita.


Tutte le simpatie della zia Nina erano riserbate a mio fratello Stefano. Egli godeva di un’assoluta impunità. Un giorno a proposito di un bicchiere rotto o altro consimile misfatto mi disse: