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100 Una giovinezza del secolo XIX

mancavano da una parte i dati di fatto e sull’altra pesava una giustificata ripugnanza a dubitare. Di tale esitazione io coglievo a volo diverse prove, prima fra tutte la sua diversità di contegno; una specie di inquietudine e di malessere in presenza della zia Nina e quando eravamo sole, una subita espansività, un largo respiro di catena ritolta, specie di oasi nella quale fiorivano i bei racconti, le memorie antiche. Anche in queste ore buone non mi permetteva, è vero, di farle un bacio, ma essendomi sfuggita una volta la storpiatura del suo nome (vezzo mio per tutte le persone che amo) sopportò sorridendo che la chiamassi Màrgula e sempre poi nei rari momenti, che dalla mia gioventù compressa balzava irresistibile un impeto d’affetto e: Màrgula, Margulina! gridavo, tentando di abbracciarla, ella, pur respingendomi, aveva negli occhi quella luccioletta luminosa che era il solo indice della sua commozione. Poco mi importava allora se, quasi parlando sè stessa, tentasse di mitigarne l’effetto con una delle sue bizzarre frasi dialettali: "La vola, la vola!...".

Arduo mi sarebbe dire se nel lungo corso degli anni e precisamente quando, erba novella che preme di sotto la terza per venire incontro